Marini Rossana è nata a Montaione in una famiglia contadina, che si trasferì a Empoli poco dopo la sua nascita, alla ricerca di condizioni di vita migliore. Qui i genitori rilevarono un negozio di generi alimentari al quale Rossana dette il suo contributo fin da piccola, nei momenti liberi dallo studio.
Fidanzata e sposata giovanissima, ebbe due figli. Per 42 anni Rossana ha lavorato come insegnante della scuola primaria, prevalentemente nella zona empolese, dedicandosi con competenza e professionalità a tutti i suoi alunni, con particolare attenzione a quelli che necessitavano di tempi più lunghi e di strategie diverse nel percorso di apprendimento.
Mai ripetitiva, ha modificato le strategie di lavoro sue e del suo team in modo creativo e produttivo, seguendo sempre la lezione di Don Milani e degli psicopedagogisti più innovativi.
Sapeva catturare l’attenzione dei ragazzi di ogni livello culturale e sociale, traendo da ognuno di essi il massimo risultato possibile. Rossana si è spesa in modo generoso e disinteressato per gli empolesi più giovani e per i loro genitori, anche al di fuori dell’impegno scolastico, creando occasioni d’incontro e di riflessione su argomenti educativi e sociali.
Presso la scuola di Pontorme, per esempio, insieme a un gruppo di colleghe e di genitori, aveva contribuito a dare vita a un giornalino dal titolo “Crescere insieme”, nel quale si portavano in evidenza temi inerenti alla realtà ambientale della scuola, del quartiere, ma anche di carattere più generale.
A caratterizzarla è stato anche l’impegno da lei rivolto all’integrazione linguistica degli stranieri, prima collaborando per alcuni anni alla scuola serale per adulti organizzata dal dott. Faso, poi seguendo gli alunni stranieri nel loro percorso scolastico e personale, attività continuata anche dopo la pensione.
Rossana è stata una donna sempre vivamente interessata al contesto politico, nazionale e internazionale e, pur non assumendo nessuna carica istituzionale, ha contribuito a evidenziare l’importanza del ruolo della donna in ambito lavorativo e sociale.
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Riguardando le fotografie in bianco e nero, mi rendo conto che sembrano appartenere a un tempo perduto: strade polverose ed abiti logori, utilizzati fino all’usura. Eppure in ogni foto lei è sempre sorridente.
È nata in un’umile famiglia di contadini a Montaione, trasferitasi a Empoli quando Rossana era ancora una bambina. Coabitavano con un’altra famiglia, dividendosi le spese.
Il padre era un ex partigiano che aveva abbracciato gli ideali comunisti durante la guerra, più col cuore che con la testa. Un temperamento duro, testardo, sempre pronto ad alzare la voce, ma al contempo generoso. Oggi usiamo il termine “generoso” con tono lusinghevole, talvolta attribuendolo alle buone intenzioni, ma allora al suo significato corrispondevano azioni concrete, la fatica dei lavori manuali e il sacrificio di quel poco che la vita offriva.
Mia madre era altrettanto testarda e ha sempre percepito il suo impegno sociale con quella stessa ambizione e concretezza. Per questo spesso veniva percepita come un’insegnante severa dai suoi alunni, ma il duro rapporto col padre le aveva fatto maturare il bisogno della dolcezza, che sapeva instillare anche nei suoi ragazzi, che finivano per volerle bene.
A causa delle ristrettezze economiche ha sempre dovuto contribuire in parte alle spese domestiche e alla sua istruzione. Da bambina accompagnava i genitori nel campo, crescendo li ha affiancati nella gestione di un negozio di alimentari e nel periodo del diploma magistrale vendeva l’Unità per le strade. La scuola le aveva aperto nuovi orizzonti. Da una casa di contadini con una scarsa alfabetizzazione, ad un mondo vasto e complesso, che si estendeva oltre i confini della sua città e della sua nazione. La scelta di diventare un’insegnante credo sia stato un modo per contraccambiare quello che la scuola aveva fatto per lei.
Daniele Scardigli, figlio
Il nostro incontro è iniziato con… uno scontro. Eravamo due giovani maestre e ci ritrovammo a lavorare nella scuola elementare “Michelangelo” di Santa Maria. Lì, da quattro anni era in corso una delle prime sperimentazioni di tempo pieno su tre classi “normali” e due sezioni differenziali. Per la prima volta si tentava di inserire, almeno per alcune ore e su determinate attività, ragazzi con disabilità grave in gruppi di alunni normodotati. Io lavoravo lì già da due anni. Era il 1977, Rossana ci arrivò per trasferimento. Ci ritrovammo nella stessa sezione, era una II B, e il nostro rapporto non cominciò sotto i migliori auspici, perché ognuna delle due cercava di imporre le proprie idee e i propri metodi. Ci volle del tempo per capire che sotto molti aspetti eravamo complementari e che collaborando e confrontandoci sarebbe potuto venir fuori qualcosa di buono. Ce la facemmo e, al di là del rapporto professionale, prese l’avvio un’amicizia solida e duratura, che coinvolse anche le nostre famiglie.
Gli anni di scuola trascorsi lì sono stati fra i più belli della nostra esperienza d’insegnamento: sperimentammo nuovi metodi, nuove attività che emergevano allora, quali la psicomotricità e la musicoterapia, rinunciammo al libro di testo in favore di una biblioteca di ricerca, stampavamo testi elaborati da noi, tentammo le lingue straniere, la cinematografia e tant’altro.
I nostri alunni di allora, oggi cinquantenni, quando mi incontrano (parlo in prima persona, perché Rossana ci ha lasciato troppo presto) affermano che sono stati, di tutta la loro esperienza scolastica, gli anni più belli.
L’esperienza del tempo pieno di Santa Maria si concluse nel 1986.
Burkina Faso
Le giovani maestre, di cui ho parlato prima, non più tanto giovani, sono andate in pensione e nel 2010 hanno deciso di continuare a sperimentare cose nuove, partecipando a un viaggio umanitario in Burkina Faso, organizzato dal Movimento Shalom di San Miniato.
Continuo al passato, non solo perché sono ormai passati 14 anni, ma anche perché mi viene più semplice.
Dunque partimmo il 10 gennaio e dal nostro inverno ci trovammo catapultate in una quasi estate africana, dove gli abitanti locali , con 30° diurni, giravano con addosso il piumino e noi viaggiavamo in Jeans e maglietta.
Dalla capitale Ouagadougu arrivammo fino a Gorom, alle porte del Sahara. Io ero già stata diverse volte in Africa, ma per Rossana fu una scoperta meravigliosa, anche perché non eravamo turisti, ma potevamo interagire con la popolazione, parlare con loro, fare qualcosa insieme a loro: ci si apriva davanti un mondo di possibilità e ci eravamo ripromesse di tornare e rimanere più a lungo, per dare un contributo o nelle scuole o negli orfanotrofi ( ce ne son tantissimi ) o dovunque ci fosse bisogno. Purtroppo non abbiamo potuto realizzare questo progetto.
Di tutto il tempo che abbiamo trascorso in Burkina, voglio ricordare, fra i tanti, un episodio piuttosto divertente che ha visto come protagonista proprio Rossana.
Prima di partire avevamo chiesto cosa portare che potesse essere utile e gradito soprattutto ai bambini e, oltre al vestiario ed al materiale scolastico, ci avevano detto che erano molto richiesti i palloncini gonfiabili, quindi ne avevamo messi in valigia diversi sacchetti.
Eravamo al mercato di Gorom-Gorom (dicono sia il più grande dell’Africa sub-sahariana); dopo aver girellato in lungo e in largo, stavamo per andarcene, quando ci siamo accorte che alcuni bambini ci venivano dietro. Non avevamo niente da dargli, ma a Rossana venne in mente di avere i palloncini in borsa e prese l’iniziativa di regalarne alcuni. Nel giro di pochi secondi ci trovammo attorniate da un milione di bambini sbucati dal nulla e tutti reclamavano il loro palloncino. Io ero un po’ più defilata, ma la mia amica rischiava seriamente di essere sommersa e travolta da quella marea urlante, riuscivo ad intravedere solo il suo braccio alzato nel tentativo di salvare i maledetti palloncini, per poter fare in un secondo momento un’equa distribuzione: ho pensato che non ce l’avremmo fatta ad uscirne incolumi. Per fortuna alcune persone del nostro gruppo sono accorse in aiuto e siamo riusciti a districarci dall’ingorgo e a riguadagnare la libertà insieme alla strada che riconduceva al Centro che ci ospitava.
P.S.: i palloncini furono distribuiti poi con calma in un gruppo ristretto. Rossana venne severamente redarguita e le fu intimato dal capo-gruppo di non prendere più iniziative personali.
Monica Salvadori, collega e amica
Conclusa l’esperienza a Santa Maria, Rossana inizia un periodo di lavoro a Corniola ed è qui che comincia la nostra collaborazione e la nostra amicizia, che va oltre le ore lavorative e i problemi scolastici.
Dopo qualche anno, da Corniola ci spostiamo a Pontorme e insieme rimaniamo lì per una ventina di anni.
Entrambe mamme, ci ritrovavamo a parlare delle nostre difficoltà nel gestire le problematiche adolescenziali di due figlie femmine, i maschi da questo punto di vista erano più facili da gestire.
A scuola eravamo animate dallo stesso entusiasmo e da idee che avevano molto in comune: discutevamo ore sulla nostra programmazione e sulla gestione dei ragazzi.
I bambini nelle classi, come si sa, sono tanti e ognuno deve essere “curato” con attenzione e delicatezza. Rossana si è sempre impegnata affinché nessuno rimanesse indietro, seguendo le indicazioni di Don Milani e dei migliori pedagogisti.
Potrei raccontare delle mille esperienze fatte, dall’orto nel giardino della scuola, al minestrone preparato in classe; ai vestiti di carnevale, preparati coi sacchetti della carta, ecc.
Dovrei dire che “in quei tempi” fortunatamente avevamo meno limitazioni e certe attività venivano fatte regolarmente con tanta soddisfazione dei ragazzi e degli insegnanti.
Abbiamo organizzato anche laboratori coi genitori,dopo cena, per la realizzazione delle scenografie e i giochi del passato.
Impegnata da sempre nel sociale e sensibile alle problematiche ambientali, è stata il motore del giornalino “CRESCERE INSIEME “. Anche questa attività svolta nei locali della scuola in tempi extra scolastici.
Che Rossana abbia lasciato in ogni alunno un segno è indiscutibile, si è vista nell’occasione della partecipazione dei suoi ex alunni al funerale.
Gabriella Miseria, collega e amica